2 settimane in Peru’: le info più utili e gli itinerari imperdibili di un viaggio indimenticabile

Il Perù è stato un vero e proprio tarlo nella mia testa per tantissimi anni. Non mi ha dato pace, è stato un chiodo fisso, un rumore martellante, un pensiero costante per troppo tempo. Ma alla fine ce l’ho fatta, sono salito su quell’aereo partito da Fiumicino, e atterrato a Lima dopo quasi 16 ore.

C’è da dire subito una cosa: non è affatto un viaggio facile, uno di quelli che si programma con leggerezza, anzi. Si tratta di un viaggio abbastanza impegnativo, fisicamente e anche dal punto di vista organizzativo, soprattutto perché il Perù è un paese molto grande, quindi bisogna spostarsi parecchio, e le distanze sono notevoli. Per questo motivo un grosso ringraziamento va al team di Trigon Viaggi, che mi ha supportato nei minimi dettagli.

 

LIMA

Non posso considerarla una vera e propria tappa del mio viaggio, poichè ho davvero avuto le ore contate. Giusto il tempo di una doccia e di qualche ora di sonno per riprendermi dall’interminabile volo, e avrei dovuto di nuovo rimettermi in viaggio. Neanche a dirlo: non ce l’ho fatta a non uscire per dare almeno una sbirciatina velocissima alla città.

Premessa: Lima è immensa. E’ la città più popolata di tutto il Perù, basti pensare che conta all’incirca 11 milioni di abitanti. Questo per dire che per visitare per bene la città e le principali attrazioni, va necessariamente preso in considerazione il pernottamento per trascorrere ALMENO un paio di giorni in città. Miraflores è l’unica zona di Lima che sono riuscito a visitare nel poco tempo a disposizione. Si tratta forse del quartiere più “in”, posizionato nel punto più panoramico, con vista sulla Baia de Lima e l’immensità dell’Oceano Pacifico a fare da sfondo. E’ qui che si trova il Parque del Amor (parco inaugurato nel San Valentino del 1993 e dedicato, ovviamente, all’amore), circondato da panchine ricurve e decorate con una infinità di mosaici, tra i quali sono impresse anche le poesie di vari poeti peruviani. I mosaici multicolore ricordano molto quelli di Gaudì nel Parco Guell di Barcellona.

Poi di corsa in albergo a riprendere le borse e via, direzione Paracas.

 

 

RISERVA NATURALE DI PARACAS

Il pullman Lima-Paracas impiega all’incirca 3 ore e mezza di viaggio. La stazione dei pullman di Paracas si trova nel bel mezzo del nulla più totale, dunque qualora decidiate di visitarla, assicuratevi di prenotare in anticipo un tour con una guida locale, che vi verrà a prendere direttamente in stazione. La mia guida, Cesar, mi ha prelevato con la sua auto in stazione, per portarmi a visitare la Riserva Naturale di Paracas. Durante il tragitto in auto, Cesar mi ha detto di non aver mai conosciuto un italiano prima di me, perchè la zona di Paracas è (incredibilmente) una delle meno conosciute e visitate dal turismo di massa. Io la conoscevo grazie a un pò di articoli letti prima di partire, ma devo ammettere che non mi sarei mai aspettato uno spettacolo del genere, un posto magico dove si incontrano e si abbracciano due colossi: il deserto e l’Oceano Pacifico. Zona protetta dal 1975 per difendere la flora e la fauna locale, la Riserva di Paracas è un mix di colori caldissimi, “arena roja y cenerillo y ocre”, li aveva definiti Cesar. Un’altra cosa che mi ha ripetuto fino alla sfinimento, è che “el desierto de Atacama es el mas seco del mundo”. Si, perchè la Riserva di Paracas si trova nel Deserto di Atacama, che pensavo fosse esclusivo del Cile, ma in realtà si estende fino al Perù meridionale. Per arrivare sulle coste della Riserva è necessario attraversare il deserto. Ci sono zone in cui la sabbia sembra polvere d’oro, montagne rocciose dai colori rossastri e, cosa del tutto inaspettata, piccole lagune all’interno delle quali è facilissimo vedere una miriade di fenicotteri rosa.

Se tutti quelli che vanno in Bolivia sapessero che i fenicotteri rosa ce li abbiamo anche qui, forse il turismo aumenterebbe e per noi sarebbe fantastico”, mi spiegava Cesar.

Parte della Riserva, in particolare le coste frastagliate, sono visibilmente danneggiate da quello che fu il terribile terremoto del Perù del 2007, uno dei più forti e distruttivi di sempre. Con una Magnitudo di 8 nella scala Mercalli, la terra tremò per 3 lunghissimi minuti. Nonostante i danni, la costa della Riserva ha mantenuto intatta la sua bellezza, pur essendo ben visibili gli effetti devastanti del sisma (che non a caso venne soprannominato “el devastador”). Nella foto qui in alto mi trovo su una delle innumerevoli porzioni di costa sgretolate da quel terribile evento.

PLAYA LA MINA

 

Una delle mille spiagge della Riserva di Paracas è Playa la mina. Un paesaggio lunare, extraterrestre, composto da finissima sabbia cinerina e acqua verde smeraldo, sovrastate da alternanze di pareti rocciose gialle e nere, rispettivamente sabbia e carbone. L’accesso non è sempre consentito a causa di intere colonie di pinguini che ciclicamente decidono di stabilirsi qui per riprodursi. Mica scemi.

 

PLAYA ROJA

È Playa Roja, secondo me, la spiaggia più bella di tutta la Riserva. Immensa, il punto in cui si scontrano due giganti: da una parte le sabbie ocra del deserto di Atacama, e dall’altra il verde dell’Oceano Pacifico. La sabbia della spiaggia è di un colore rosso unico, mai vista una sabbia così. Le onde dell’Oceano sono enormi, e si scagliano sulla spiaggia con una tale potenza da far tremare il suolo e produrre un suono più simile ad un tuono che ad una semplice onda.

Playa Roja è stata l’ultima tappa del mio tour a Paracas. Ce ne sarebbero state ancora un’infinità da esplorare ma ho deciso di proseguire con il mio viaggio e spostarmi verso la prossima meta.

 

 

ICA e HUACACHINA: l’oasi nel deserto

 

Dalla stazione di Paracas, ho preso il pullman che in poche ore (all’incirca 4) mi ha portato presso la città di Ica. Il viaggio è molto tranquillo, poiché si percorre una strada dritta, che attraversa il deserto e nulla più. All’improvviso ci si ritrova nel centro abitato di Ica, coloratissimo, caotico, pieno di murales, un traffico inimmaginabile e clacson strombazzanti nonostante sia pieno di cartelli di divieto di suonare i clacson. Appena sceso dal bus, sono stato travolto da tassisti che sgomitavano pur di accaparrarsi un cliente. Io ho parlato con Josè, chiedendogli quanto costasse il taxi e lui, indicandomi un punto ben preciso, mi ha detto: “io so già dove vuoi andare. Per 20 Soles (più o meno 6 euro) ti accompagno e ti vengo anche a riprendere. Andiamo”? Un prezzo più che ragionevole, dunque non me lo sono fatto ripetere due volte e sono salito sul suo taxi.

Ma come faceva a sapere esattamente dove io volessi andare? Perché chiunque si rechi ad Ica, lo fa principalmente per un motivo: visitare l’oasi di Huacachina, a pochi minuti di auto da Ica. Il villaggio costruito intorno all’oasi è piuttosto piccolo, ed è facile girarlo a piedi. A parte qualche ristorante e negozi di souvenir, non c’è molto da vedere. La scelta migliore è quella di incamminarsi in cima alle dune che circondano lo specchio d’acqua, per godere al meglio dell’intera visuale del posto. Non è una camminata semplice, devo ammetterlo. Ho iniziato ad arrampicarmi su una duna alta quasi 70 metri, l’aria caldissima, i piedi che sprofondavano nella sabbia ad ogni passo. C’è però da dire che una volta arrivato sulla cresta della duna, mi sono ritrovato in un mondo di sabbia dorata, dune all’orizzonte dalle forme più assurde modellate dal vento, e uno specchio d’acqua sotto i miei occhi circondato da palme verdissime. Una visione surreale dell’unica oasi nel deserto di tutto il Sud America.

 

NAZCA: gli acquedotti di Cantayo, la lana e le linee di Nazca

Quello nella foto qui in alto sono io, all’interno di uno degli acquedotti di Cantayo, a pochi chilometri dal centro di Nazca. Queste strutture a spirale si chiamano “piquios” o “ojos de agua” e sono state costruite dalle cività preincaiche di Nazca più di 1500 anni fa. E sono tutt’ora funzionanti.

Ma sono le linee di Nazca la vera e propria attrazione che non è possibile perdersi se ci si trova in questa zona, anzi direi che non si può non visitarle se ci si trova comunque in Perù. Bellissime, non c’è che dire. Un po’ meno se per andarle a vedere portate sulle spalle uno zaino di 16 kg, proprio come ho fatto io.

Si, perché purtroppo i voli per sorvolare l’area non erano disponibili nel periodo in cui ho sostato a Nazca (meglio così perché tra l’altro fare quell’esperienza costa un occhio della testa!), ho quindi necessariamente dovuto optare al metodo meno pratico, ovvero camminare. Devo essere sincero: per quanto emozionante sia trovarsele a pochi metri di distanza, non si riesce a cogliere neanche un dettaglio delle forme che conosciamo dalle fotografie aeree (il ragno, il colibrì, l’astronauta, ecc) a causa delle dimensioni ed estensioni davvero esagerate con le quali sono state create. Se siete fortunati e la giornata è abbastanza limpida, riuscirete anche a vedere il Cerro Blanco dietro le cime delle Ande che avrete di fronte a voi; Il Cerro Blanco è la duna sabbiosa più alta del mondo, raggiungendo i 2078 m di altezza.

Di rientro dall’escursione per osservare le linee di Nazca, camminando tra le vie del centro abitato, ha attirato la mia attenzione un cartello coloratissimo, scritto a mano, all’ingresso di uno strettissimo vicoletto: “LANA ARTESANAL”. Sono entrato. Ed in effetti c’era lana, matasse di lana ovunque. Non ricordo il nome del proprietario ma ricordo il sorriso, e i modi gentili con cui mi ha detto di entrare e vedere come viene preparata e colorata la lana.

Quella dei piccoli di alpaca è la migliore in assoluto, la più pura e morbida”, mi ha detto. “Ma anche quella di adulto va bene, però è un po’ più ruvida al tatto. I colori li ricaviamo dalle rocce e dai minerali; guarda questa pietra, è il turchese, lo prendiamo direttamente dalle montagne di Nazca. Con questo riusciamo a creare le tinte di azzurro. Per il rosso invece usiamo un insetto, la cocciniglia, che vive sulle piante dei fichi d’India. Quando li schiacci producono un liquido rosso, poi se vogliamo schiarire la tonalità aggiungiamo un po’ di succo di limone”. Nazca, come la stragrande maggioranza dei centri del Perù, produce grandissime quantità di lana, quindi è tutt’altro che raro imbattersi in piccoli locali di artigianato simili a questo in qualunque posto del paese. Sarei rimasto ore ed ore ad ascoltare e a guardare come trasformare la lana grezza in un tessuto morbido e pregiato, ma a malincuore sono andato via. La prossima tappa mi aspettava.

AREQUIPA

Dopo svariati giorni trascorsi fra deserti, sabbia e polvere, finalmente sono arrivato ad Arequipa, una delle mete che più desideravo vedere. Arequipa in lingua Quechua, “ari, quepay”, vuol dire “si, resta”. È l’unico centro del Perù ad essere circondato da 3 vulcani: El Misti, il Chachani e il Picchu Picchu. Ed è proprio a questi 3 vulcani che la città deve il suo soprannome “città bianca”, grazie al colore delle rocce con cui è costruita gran parte di essa. Per vedere con i vostri occhi da dove viene prelevata tutta questa roccia bianca, vi consiglio di visitare Las Canteras de Sillar, ovvero la cave di tufo, a soli 15 minuti di auto dal centro della città. La roccia di questa cava è stata originata da varie eruzioni dei 3 vulcani della zona, che produssero in passato dei flussi piroclastici accumulati oggi nell’area di Arequipa. Il nome corretto della roccia è ignimbrite, dal colore bianchissimo a causa del quarzo e delle pomici presenti al suo interno. È questa la roccia che è stata utilizzata fin dal periodo pre-Inca per la costruzione di gran parte degli edifici di Arequipa, incluso l’attuale centro storico, la cattedrale ed il Monastero di Santa Catalina.

A soli 5 minuti di auto dalle Cantersa de Sillar, è possibile anche visitare un canyon naturale che attraversa la roccia vulcanica, completamente rosa. Viene chiamato Ruta de Sillar (cioè il percorso nel tufo) e si snoda attraverso i meandri scavati nella roccia rosata, per poi terminare in una vallata invasa da un mare di stone balance (le pietre in equilibrio). Se poi capita di trovarsi lì all’ora del tramonto, risulta ancora più suggestivo.

Nel centro della città, la cattedrale neoclassica è nel cuore del centro storico, Plaza de Armas, il punto più vivo e trafficato.

E a solo un paio di minuti a piedi dalla piazza, si trova il famosissimo Monastero di Santa Catalina, il più grande di tutto il mondo, vista l’estensione superiore ai 20 mila metri quadrati. Personalissimo consiglio: entrare non appena il monastero apre l’ingresso turistico, al fine di evitare le folle di turisti e perdere così la magia di godersi questo luogo immerso nell’assoluto silenzio, dove poter camminare con calma e liberamente fra i viali dai colori accesissimi, dal rosso al blu, grazie ai quali sembra di trovarsi all’interno di un dipinto.

 

 

PUNO e le isole degli UROS

È forse Puno la località in cui ho iniziato a vedere e a vivere il Perù che avevo sempre immaginato.

Una volta salito sul pullman per Puno partito da Arequipa, sono sceso durante una sosta, circa 30 minuti prima di arrivare in città, e mi sono subito reso conto di essere nel nulla più totale. Valli infinite circondate da montagne, e in lontananza vedo dell’acqua. “E’ il lago Titicaca, siamo quasi arrivati”, mi spiega l’autista. Fermi in una piazzola di sosta, c’era una signora, sola. Ci aspettava, come aspetta tutti i turisti, appoggiata ad un bancone stracarico di maglioni, cappelli, guanti, tutti in lana di alpaca, tutti fatti a mano da lei. Qualcuno ha fatto acquisti, qualcuno (io) no. L’altitudine inizia ad essere importante in queste zone, siamo a circa 3800 metri, e la mia testa ha iniziato a girare, accompagnandosi a nausea e affanno. È qui che ho avvertito i miei primi sintomi del cosiddetto SOROCHE, ovvero il mal di quota o mal di montagna. Purtroppo, se non abituati a queste quote, è facile avvertirne i sintomi, che però passano, in genere, abbastanza rapidamente. Dopo qualche altro minuto di autobus, arrivo finalmente a Puno, città fondata lungo le sponde del Lago Titicaca. Me l’avevano descritta come una città piena di ristorantini e negozietti di artigianato e souvenirs, ed è vero. Ma me l’avevano descritta anche come una città non molto viva, in cui non c’è molto da vedere. Sarò stato fortunato io, ma per me è stato esattamente il contrario. Per tutto il giorno in strada ho assistito a grandi feste, in ogni angolo di ogni strada del paese si ballava a suon di musica tipicamente peruviana, con tanto di abiti tradizionali indossati da tutti, uomini, donne e bambini. Ho provato a chiedere se si trattasse di una ricorrenza particolare, ma come risposta sono stato preso per un braccio e trascinato tra le danze.

Guarda il video girato nel centro di Puno

Ma l’esperienza più bella in assoluto è stata proprio sulle acque del lago. È infatti a 20 minuti circa di navigazione da Puno, che esiste uno dei posti tra i più surreali che io abbia mai visto: le isole galleggianti degli Uros, un popolo fuggito agli Inca e rifugiatosi su queste isolette artificiali fatte interamente con la totora, una pianta tipica del lago e talmente abbondante da essere utilizzata da questo popolo anche per costruire le abitazioni, le imbarcazioni, nonché in cucina, essendo tra l’altro commestibile.

Ogni isola copre pochi metri quadrati ed è abitata da poche persone, in genere una o due famiglie, ma sono tutte molto vicine e connesse fra loro. Fra le tante isole, io sono stato su quella di Qhanamarca Mallcu, dove ho conosciuto Maria e Gabriela, due donne con una energia ed una simpatia incontenibili, mi hanno davvero fatto ridere fino alle lacrime. In molti dicono che le isole visitabili siano in realtà una finzione, messa in scena per attirare un po’ di turisti, e che in realtà le “vere” isole sono inaccessibili a causa degli abitanti non proprio super ospitali. Che sia una messa in scena oppure no, secondo me resta comunque una esperienza assolutamente da non perdere.

 

LA RAYA

Da Puno ho deciso di spostarmi verso Cuzco, la città peruviana maggiormente presa d’assalto (giustamente) dai turisti. E per farlo, ho preso l’ennesimo pullman, ad un orario improponibile del mattino. Del resto, è inevitabile. Il Perù è davvero molto grande e sono necessarie parecchie ore per spostarsi da un luogo all’altro. Durante il tragitto ho fatto una breve sosta verso il passo de la Raya, il punto di connessione (nonché il punto più alto, a 4335 m) tra le regioni di Puno e Cuzco. Giusto il tempo di dare un’occhiata alle bancarelle e agli assurdi panorami che circondano il passo, e scattare qualche foto ovviamente. Ma è una meta che, seppur per pochi minuti, vale davvero la pena fermarsi ad ammirare. Il mio viaggio è poi ripreso a bordo del pullman, in direzione Cuzco.

 

CUZCO

 

Se avessi potuto, avrei trascorso almeno un altro mese in Perù pur di non perdermi assolutamente nulla, ma proprio nulla, perché ogni centimetro quadrato di quel paese è una vera e propria meraviglia. Ma ahimè, c’è talmente tanto da vedere, che almeno per me e in base ai miei tempi, è stato necessario (e difficilissimo) fare delle scelte, e decidere a malincuore di sacrificare la visita in alcuni posti, per dare la precedenza a quelli che desideravo vedere maggiormente.

La rinuncia principale, è stata purtroppo proprio la città di Cuzco, nel cuore delle Ande Peruviane, un tempo capitale dell’Impero Inca e famosissima per i resti archeologici e le architetture sparse ovunque nella città. Nonostante io non sia riuscito a vedere molto, mi sono comunque ritagliato qualche ora per fare un salto alla imperdibile Plaza de Armas, la piazza principale delle città, resa estremamente suggestiva da rovine di mura Inca, balconi fatti con legno inciso e ovviamente, la Cattedrale, risalente alla secoda metà del 1500.

La seconda (e ultima) rinuncia è stata, purtroppo, la visita presso le Saline di Maras, tra le principali attrazioni della Valle Sacra. Le circa 3000 pozze vengono utilizzate per estrarre il sale, e si trovano a 40 km da Cuzco. Il paesaggio è surreale, assolutamente unico al mondo, ogni pozza assume una diversa sfumatura pastello che nel complesso trasforma l’intera vallata in un panorama che mai più vi capiterà di rivedere. E allora perché rinunciare a vederle? Vi chiederete. Il motivo per cui ho deciso di dare la precedenza ad un’altra meta, Laguna Humantay (di cui vi parlo tra pochissimo), è che le saline sono state ufficialmente chiuse al pubblico dal 15 giugno 2019. Prima di questa data era possibile accedere alle saline e camminare fra le delicatissime vasche, che purtroppo hanno iniziato a subire un notevole inquinamento da parte dei turisti; per tale motivo è stata presa la drastica (ma giusta) decisione di vietare l’ingresso ai visitatori e renderne possibile l’osservazione soltanto in panoramica, dal belvedere.

Ho dunque preferito scegliere un altro luogo dove poter essere un po’ più libero e non dover essere limitato ad osservare un posto soltanto da lontano. Le foto delle saline non le ho scattate io ovviamente, me le ha gentilmente concesse la mia amica di sempre e viaggiatrice appassionata quanto me, Francesca D.

Grazie Francy 😉

 

LAGUNA HUMANTAY

Un vero gioiello, un lago intramontano incastonato tra le cime andine della regione di Cuzco, a circa 4200 m di quota. Il percorso non è particolarmente difficile o impervio, si procede per un paio d’ore lungo un sentiero in salita, partendo da quota 3800 m. È stata per me la prima vera uscita in montagna, ed il mio orgoglio soffre molto nel dover ammettere la fatica che certe quote sono in grado di infliggerti. Il soroche si è fatto sentire e non poco, giramenti di testa e una leggera nausea mi hanno accompagnato durante l’intero trekking. È risultata per me inutile anche la masticazione delle foglie di coca, consigliatissima dai peruviani. No, non serve a sballarsi, non ha niente a che fare con quello che si può erroneamente immaginare. La masticazione di foglie di coca aiuta semplicemente a ridurre il senso di stanchezza e i sintomi delle alte quote. Ma ahimè, su di me non hanno avuto alcun effetto purtroppo, e allora mi è toccato andare avanti, zitto e testa bassa, verso la Laguna color smeraldo. Ma una volta a destinazione, ogni nausea e fastidio passa in secondo piano, perché lo spettacolo che ci si trova davanti agli occhi lascia davvero senza parole. Laguna Humantay è uno specchio (letteralmente) d’acqua che prende il nome dal ghiacciaio da cui si originano le cue acque, appunto, il ghiacciaio Humantay. I peruviani, pur essendo, quasi tutti cattolici, hanno mantenuto da sempre un legame indissolubile con le tradizioni pagane, strettamente legate alla Madre Terra, un legame talmente forte da considerarla la loro seconda religione. E’ qui che ho conosciuto Sunika, una ragazza peruviana; mi chiamava “chacasapas”, che in lingua Quechua significa “gambe forti”. E mi ha spiegato l’importanza di non lasciare la Laguna senza prima aver ringraziato Madre Terra, e i monti circostanti, che considerano delle vere e proprie divinità.

E così ho fatto. Grazie davvero.

 

PONTE INCA DI CHECACUPE

 Ho scoperto questo ponte quasi per caso, non rientrava affatto tra i luoghi che desideravo vedere perché in realtà non ne avevo mai sentito parlare. L’ho scoperto mentre ero in viaggio verso Palcoyo, le montagne arcobaleno, di cui vi parlo subito dopo. Durante una sosta con la macchina a circa un’ora da Cuzco, in direzione sud-est, ci fermiamo presso un piccolo distretto: Checacupe. La prima cosa che ho notato è proprio questo ponte. Un vero e proprio ponte Inca, interamente costruito in corda e legno, costruito dal popolo Inca e curato e preservato fino ai giorni nostri. Checacupe è davvero un piccolo centro, non c’è praticamente nulla da visitare, ma se vi trovate da queste parti vi consiglio di fare una sosta e provare l’esperienza di camminare su un vero ponte Inca in corda e scricchiolante, con parecchi metri di vuoto sotto i vostri piedi.

 

PALCOYO: le montagne arcobaleno

 Avete presente la sensazione che si prova quando finalmente si realizza un sogno? Quella sensazione che si avverte quando finalmente vi trovate in un posto che avete sognato per anni? Ecco, quella sensazione, l’ho provata proprio qui. A Palcoyo, le montagne arcobaleno, un luogo che ho davvero desiderato di vedere per troppo tempo. Sarà che sono geologo ed ho una passione smisurata per le montagne, ma credo che questo sia stato in assoluto il luogo che mi è piaciuto di più del mio viaggio in Perù. Andare via è stato un colpo al cuore, nonostante è proprio qui che il soroche ha avuto il peggio su di me, nausee fortissime e giramenti di testa. Ma essendo stata la mia prima volta tra 4800 e 5000 m di quota, direi che sia del tutto normale. Il paesaggio di quest’area è inspiegabile, e nessuna fotografia renderà mai davvero giustizia ai colori, le mille sfumature, le cime e le valli di questo posto che si avvicina molto a come sia il paradiso nel mio immaginario. Il cammino da seguire è estremamente facile, credo sia percorribile praticamente da chiunque; si cammina all’incirca per un’ora, lungo un percorso a tratti pianeggiante, a tratti leggermente in salita. E non c’è bisogno di dire quanto sia fondamentale l’abbigliamento giusto qui. A cinquemila metri di quota, fa freddo, molto freddo. Anche durante le giornate più serene è sempre bene avere con sé abiti da montagna, non avventuratevi improvvisando, non è davvero il caso.

 

MACHU PICCHU

Se chiudete gli occhi e pensate al Perù, cosa vi viene in mente? Molto probabilmente il Machu Picchu, uno dei simboli principali del paese, nonché luogo dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ciliegina sulla torta, rientra tra le 7 meraviglie del mondo moderne. È la fortezza Inca che sorge sulle Ande peruviane sopra la valle del fiume Urobamba a 2430 m di altezza, e che in foto sembra minuscola ma dal vivo è decisamente una cosa immensa, surreale.

Uno dei metodi classici per raggiungere le rovine del Machu Picchu, in particolare se ci si trova a Cuzco, è quello di spostarsi in treno. Per controllare costi, orari e tragitti, potete visitare il sito della PERURAIL , la compagnia di treni più famosa ed utilizzata dai turisti per raggiungere il Machu Picchu. Si parte dalla stazione di Poroy, a circa mezz’ora di auto da Cuzco. Il costo è di 56 dollari (USD) per tratta, dunque 112 dollari per il viaggio di andata e ritorno. Una volta giunti a destinazione, il villaggio di Aguas Calientes (in realtà il vero nome è Machu Picchu Pueblo), si può scegliere di incamminarsi a piedi verso le rovine ( in bocca al lupo! ) oppure (scelta decisamente consigliata) è possibile prendere uno degli innumerevoli pulmini che partono ogni 15 minuti in direzione dell’ingresso del sito storico.

Importante: a partire da Gennaio 2019, le regole di ingresso al sito sono cambiate. Infatti il Ministero della Cultura di Cuzco ha stabilito di voler ridurre l’ingresso selvaggio dei turisti e di limitare il numero di visitatori, in base a specifici orari di visita. Per questo motivo è assolutamente consigliato acquistare il biglietto d’ingresso online e con largo anticipo. E’ possibile farlo sul sito ufficiale del Ministero della Cultura, o in alternativa rivolgersi ad agenzie italiane o peruviane.

 

VINICUNCA: due giorni nell’area delle montagne arcobaleno con

pernottamento in tenda e salita all’alba verso la montagna dei

sette colori

Finalmente. Come ultima meta del mio viaggio in Perù ho scelto lei: Vinicunca, che sentirete chiamare in mille altri modi (Rainbow mountain, montagna arcobaleno, montagna dei sette colori, ecc). In realtà è stata una scelta anche un po’ ragionata; se ci avete fatto caso, il mio viaggio è iniziato da Lima, sul livello del mare, per poi spostarmi pian piano verso le zone più interne ed elevate, questo perché è bene abituarsi lentamente a certe altezze a cui noi non siamo certo abituati. Vinicunca, appunto, è la cima più elevata tra quelle che avevo deciso di raggiungere, ecco perché ho preferito raggiungerla come ultima tappa. Ma torniamo a noi.

Vinicunca è decisamente nella top 10 tra le mete più discusse/fotografate/postate sui social, e non potrebbe essere il contrario, vista l’unicità assoluta del posto. Di conseguenza è anche una delle mete maggiormente prese d’assalto dalle masse di turisti, che in genere preferisco evitare, soprattutto quando voglio visitare un posto naturale come questo. Ecco perché ho scelto di raggiungere Vinicunca seguendo un percorso alternativo rispetto a quello principale più battuto dalle masse posizionato sul lato ovest, e che può essere percorso in una giornata. Il mio tragitto parte invece dal versante nord di Vinicunca, ed è un percorso un po’ più impervio e complesso, tant’è che sono necessari due giorni per raggiungere la cima.

Il primo giorno prevede una camminata “leggera” tra le montagne dell’area, un po’ per ammirare montagne meno note rispetto alla più famosa “Rainbow Mountain” ma comunque di una bellezza mozzafiato, ed un po’ per abituare i polmoni a quei stramaledetti 5000 metri di quota, i cui sintomi non mi hanno dato tregua per un bel po’. Macchissenefrega, davvero poco importa quando ti ritrovi ad attraversare un mondo quasi finto, fatto di prati e rocce che sembrano dipinte con colori che mai avresti immaginato, e qualche alpaca che ogni tanto sbuca dal nulla brucando l’erba, sotto quelle nuvole che sembrano fatte di cotone. La fine della prima giornata prevede, un pernottamento: credo sia scontato dirvi che non ci sono hotel in questa zona, dunque una tenda è l’unico albergo possibile su cui potrete fare affidamento.

Devo ammettere però che quella notte in tenda è stata una delle più scomode della mia vita. Ma ricordo anche di essermi svegliato in piena notte, alle 3. Sono uscito prima dal sacco a pelo e poi dalla tenda. E ricordo il rumore dei cristalli di ghiaccio che si sgretolano sulla superficie della tenda, mentre tiro su la zip. Ero a 4600 m di quota, e la temperatura era scesa a 3 gradi centigradi sotto lo zero. Mi sono guardato intorno e nel silenzio più assordante, ho visto di fronte a me la Montagna Inca, con qualche lingua di neva ancora incastrata tra le cime, e un mare di stelle a illuminare il cielo. Questo è uno dei ricordi più belli che ho del Perù, nonostante il freddo e la scomodità del dormire in tenda, per terra, ne è valsa assolutamente la pena e lo rifarei mille volte ancora.

Per fortuna quella notte è passata in fretta, perchè la sveglia era fissata per le 5 e 30 del mattino. Dopo giorni super intensi, e nel pieno dei percorsi di montagna nella regione di Cuzco, proprio quell giorno, l’ultimo giorno, ho iniziato ad avvertire tutta la stanchezza accumulata. Mi sono svegliato quasi tutte le mattina alle 4 e non sono mai rientrato nella mia stanza dei vari hotel/b&b prima delle 10 di sera. Le poche pre in cui avrei potuto dormire sono quelle trascorse nei pullman, durante gli interminabili tragitti tra un posto e l’altro, ma è stato praticamente impossibile chiudere occhio di fronte a quei paesaggi. Ho camminato senza sosta, ho mangiato cibi buonissimi, altri meno buoni, altri li ho mangiati ma non ho ancora capito esattamente di che roba si trattasse e forse preferisco non scoprirlo mai. Ho camminato per ore al freddo, sotto la pioggia ma anche sotto il sole e un caldo asfissiante. Cose che rifarei tutte, senza dubitare neanche per un secondo.

Il mio viaggio in Perù si chiude qui: la salita verso APU VINICUNCA, la montagna arcobaleno a 5200 metri di altezza.

C I N Q U E M I L A D U E C E N T O M E T R I.

Alle 6 del mattino mi sono incamminato verso la cima, attraversando uno scenario degno dei migliori film di fantasia, che ho sognato e aspettato per anni e che in un millesimo di secondo ha polverizzato ogni minimo ricordo di fatica. In un paio d’ore ho finalmente raggiunto la cima, dopo tanto affanno e le gambe doloranti.

Ho pianto, pianto di gioia.

Con me c’era Ronnie, un meticcio che vagava su quelle cime, che mi ha accompagnato fino alla fine, leccandomi la faccia prima di andar via. E andare via, è stato davvero come camminare scalzo sui vetri, una sofferenza unica, perchè una volta lì non vorresti mai più andar via. Avessi potuto sarei rimasto lì su ancora per molto tempo, ma purtroppo sono necessarie alcune ore anche per riscendere. E allora, a malincuore, ho trovato la forza di andar via, lasciando però una parte di me lì per sempre.

Adios Vinicunca. Adios Perù.

 

 

 

Altre info utili:

 

DOVE DORMIRE IN PERU’

In Perù c’è davvero una serie infinita di strutture in cui alloggiare, dalle più umili ed economiche fino a quelle decisamente più care e lussuose. Io ho optato per una via di mezzo, ovvero piccoli alberghi non eccessivamente costosi ma non per questo privi di qualche comfort. Qui in basso vi lascio i nomi e gli indirizzi di tutte le strutture in cui ho alloggiato, assolutamente ospitali, vicinissime ai centri di interesse principali, affidabili e, cosa importantissima, super pulite.

 

 

 

 

 

 

SPOSTARSI IN PERU’

  • Voli interni: da utilizzare principalmente per per spostarsi da una parte all’altra del paese, che è davvero molto esteso. Si dice che le piccole compagnie di volo del paese non brillino per efficienza, e purtroppo mi tocca confermare questa teoria, visto che per una serie innumerevoli di ritardi, a causa di un volo interno posticipato per ore, ho perso la coincidenza per rientrare in Italia. Può capitare, certo, ma vi consiglio di armarvi davvero di molta pazienza.

 

  • Pullman: contrariamente a quanto potessi immaginare, ho trovato gli spostamenti in pullman davvero comodi ed anche economici.
    • La linea CRUZ DEL SUR ( https://www.cruzdelsur.com.pe/ ) è tra le più affidabili e complete, con tappe che attraversano l’intero paese, passando praticamente per tutte le città. Cosa non poco importante, il viaggio è reso comodissimo, poichè lo schienale dei sedili è quasi completamente reclinabile, ed è persino possibile allungare le gambe. Insomma non il solito viaggio in autobus, in genere angosciante, almeno per me.

 

  • Taxi: non aspettatevi di trovare taxi con tassametro ben in mostra, o almeno, io non ne ho visto nemmeno uno. Sempre meglio assicurarsi prima di quale sarà la cifra richiesta una volta giunti a destinazione onde evitare brutte sorprese. Devo anche dire però che tutti i tassisti che ho incontrato sono stati super onesti, ed incredibilmente economici.

 

CAMBIO VALUTA

La moneta ufficiale del Perù è il NUEVO SOL PERUVIANO (PEN). Particolarmente nelle grandi città, viene accettato quasi ovunque anche il pagamento in dollari americani (USD), tuttavia, in molti sono ancora un pò restii a rinunciare alla valuta locale.

Non vi sarà difficile effettuare un cambio valuta, poichè troverete un piccolo ufficio ogni 50 metri, almeno nelle grosse città. Un consiglio: nel caso in cui decidiate di affettuare un cambio nella moneta locale, assicuratevi che le banconote siano in condizioni quasi perfette; infatti, gli addetti al cambio moneta saranno incredibilmente scupolosi, quasi ossessivi sulle banconote che vorrete cambiare. Le osservano, anche alla lente di ingrandimento, e accetteranno di cambiarle solamente se in condizioni ottimali. Nel caso in cui ci sia anche solo un piccolo taglietto, non le accetteranno.

 

CIBO E BEVANDE: cosa evitare

Non mi avventuro nel raccomandarvi ristoranti o cibi in particolare, prima cosa perchè la cucina peruviana è davvero ottima, seconda cosa perchè io mangio davvero di tutto e difficilmente mi lamento del cibo.

Tuttavia vi consiglio fortemente di evitare cibi crudi e lavati con acqua corrente (frutta sbucciata, insalate, ecc), ghiaccio all’interno delle bevande, e ogni tipo di bevanda che utilizzi acqua non bollita.

Particolarmente nei piccoli chioschetti locali, è molto facile lasciarsi prendere dalla voglia di riscaldarsi con qualcosa di caldo. Ve lo dico per esperienza, è successo anche a me. Un bel caffè con acqua non bollita, e nel giro di un paio d’ore avrete lo stomaco sottosopra.

 

SOROCHE: come combatterlo

Il Soroche, cioè il mal di quota, è un pò l’incubo di chiunque si rechi in Perù. Tuttavia, non è detto che gli effetti siano avvertiti allo stesso modo da tutti i viaggiatori. Nausea, mal di testa, affanno e spossatezza sono i campanelli di allarme, ma nulla di grave, è del tutto normale. In genere i sintomi spariscono da soli nell’arco di uno / due giorni, il tempo necessario affinchè il nostro corpo si abitui all’altitudine. Ad ogni modo, per alleviare i fastidi, non avrete problem a reperire foglie di coca, da utilizzare negli infusi o da masticare. Come già accennato precedentemente, non si tratta di droga, in Perù è assolutamente legale, viene venduta normalmente nelle botteghe, o per strada. Persino i ristoranti, a colazione mettono a disposizione degli ospitiuna ciotola  colma di queste foglie, con le quali prepararsi un buon infuso. Non vi sentirete “sballati” o cose del genere, semplicemente i sintomi fastidiosi del soroche verranno temporaneamente placati. Ricordatevi, prima di lasciare il paese, di non avere con voi alcuna foglia di questa pianta con voi, neanche come ricordo. I controlli negli aeroporti sono severissimi, meglio evitare.

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